Lo sgombero di piazza Indipendenza, a Roma, è un fallimento umano, sociale e politico. E’ la dimostrazione che non siamo più in grado di dare risposte concrete a problemi articolati, ma solo di elaborare soluzioni spot che peggiorano la situazione. Gli irregolari siamo noi, quando ignoriamo le più elementari regole del diritto internazionale, quando preferiamo la semplificazione degli idranti alla complessità della politica (seria), quando, invece di spegnerlo, alimentiamo il fuoco dell’intolleranza.

Lo sgombero di piazza Indipendenza a Roma

Partiamo dai fatti. Il palazzo di via Curtatone (zona piazza Indipendenza), teatro dello sgombero di cui si parla da giorni, è stato occupato per la prima volta nel 2013. Al momento del blitz ci vivevano circa 250 famiglie di eritrei (la maggioranza) ed etiopi (un gruppo minoritario). La maggior parte degli ormai ex occupanti sono rifugiati politico o godono comunque di una forma di protezione internazionale, perchè fuggono dalla guerra e da una dittatura che li opprime. Quindi sono immigrati regolari, spesso con un altrettanto regolare lavoro sottopagato. C’è la guerra in Etiopia? Si, da circa un anno il paese è scosso da un conflitto civile. C’è la guerra in Eritrea? Tecnicamente no (anche se la tensione con la vicina Etiopia è sempre altissima) ma una dittatura feroce considerata paragonabile a quella della Corea del Nord.

Torniamo ai fatti. Il 19 agosto, di notte, la polizia fa irruzione nel palazzo e costringe gli occupanti a liberarlo. L’unica concessione è fatta ad anziani, malati e donne incinta: possono rimanere dentro o rientrare per prendere le medicine. Tutti gli altri devono trovarsi una nuova sistemazione. Da soli. Chi ha preparato lo sgombero, infatti, si è “dimenticato” di pensare ad un luogo alternativo dove collocare i profughi. Vengono proposti alcuni alloggi in zona Torre Maura, ma un sopralluogo fa emergere la magagna: i posti letto sono meno del necessario e ci sono pochissimi bagni. La soluzione viene rifiutata dai rappresentati dei profughi.

E’ il caos. Chi può si organizza, va a stare da parenti e amici o trova un riparo di fortuna. Altri, un centinaio di persone, si accampano sulle aiuole di piazza Indipendenza, con le camionette della polizia a piantonarli ed i giornalisti a fotografarli. Un tentativo di protesta ma anche una testimonianza di disperazione. Per fortuna è estate, fa caldo e non piove. Nessuno del comune, dei servizi sociali, della prefettura si fa vivo.

All’alba del 24 agosto, però, con un secondo intervento le forze dell’ordine provano a liberare definitivamente la piazza. Volano sassi da una parte e getti di idrante dall’altra, urla da una parte e ordini dall’altra. Una soluzione “umana”, però, ancora non c’è. Era necessario riportare la legalità in quel palazzo, questo è chiaro, ma non in questo modo.

Gli irregolari siamo noi

Ciò che sta accadendo a Roma è grave. Ce lo ha fatto sapere anche l’UNHCR: sono rifugiati politici, non possono essere trattati così. Erano occupanti abusivi, è vero, ma non migranti irregolari (almeno la maggioranza). Gli irregolari siamo noi.

Siamo irregolari perchè non sappiamo garantire condizioni di vita dignitose a 250 famiglie che hanno diritto a stare nel nostro paese perchè scappano da atrocità che noi facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Siamo irregolari perchè preferiamo la semplificazione degli idranti alla complessità delle scelte politiche. Viviamo di (finte) emergenze e abbiamo perso la capacità di comporre i conflitti sociali elaborando soluzioni di ampio respiro. Quell’occupazione abusiva andava avanti da quattro anni. In tutto questo tempo non si è riusciti a trovare una sistemazione diversa per quelle persone? Non si è potuta partorire una soluzione migliore di uno sgombero lampo in una notte di piena estate? Siamo onesti, diciamo che non lo si è voluto fare. Per paura (delle critiche), miopia o malafede. O forse per tutte e tre le cose insieme.

Siamo irregolari perchè mentre nel paese monta la rabbia e l’ostilità verso gli immigrati, offriamo uno spettacolo incomprensibile che finisce per incattivire ancora di più gli animi. La gestione dello sgombero, le immagini che stanno facendo il giro del mondo, le cariche, i bivacchi. Sono tutti elementi che ingrassano il seguito di chi non aspetta altro che poter berciare slogano violenti a favor di popolo. E alimentare certi meccanismi, agendo in maniera sconsiderata, quando invece li si può combattere offrendo soluzioni ragionate, significa essere complici. E complici della peggiore specie.

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